Stampa

San Gregorio VII

Oltre a Gregorio VII parecchi papi sono venuti a Salerno, nota nell'antichità per la sua fedeltà alla Sede Apostolica e per essere stata in molte circostanze « porto e rifugio» dei Sommi Pontefici.

Gli altri Pontefici vennero a Salerno per motivi inerenti alla loro attività pastorale, solo Gregorio VII vi è venuto esule e non certamente per libera scelta.

Sembra, perciò, opportuno conoscere le circostanze storiche che determinarono la venuta di Gregorio VII a Salerno proprio nel momento in cui più ferveva la sua lotta per la riforma della Chiesa. Enrico IV, che non aveva mai dimenticata l'umiliazione di Canossa e attendeva il momento della rivincita, il 23 marzo del 1083, seguito dall'antipapa Clemente III, aveva assediata e in parte invaso la città di Roma, costringendo Gregorio VII a rifugiarsi in Castel S. Angelo.

Il papa, sebbene assediato, riuscì ad inviare segretamente richieste di soccorso a Roberto il Guiscardo, che, dopo aver sottomessa la Puglia, si preparava ad invadere 1'Illiria, sempre perseguendo il sogno di conquistare Costantinopoli e farsi proclamare imperatore d'Oriente.

Il Guiscardo comprese subito che l'invito del Papa gli offriva due vantaggi immediati: riconquistare la credibilità della Chiesa, i cui diritti aveva abbondantemente conculcati, e disfarsi della minaccia imperiale che costituiva un pericolo per il suo stato mentre egli era impegnato nella campagna illirica. Era certo di poter sconfiggere facilmente il piccolo esercito con cui Enrico aveva invaso Roma. Con il potente esercito che aveva preparato per la spedizione verso 1'Illiria egli mosse subito verso Roma. Desiderio, abate di Montecassino, avvertì contemporaneamente dell'arrivo del Guiscardo sia l'imperatore che il papa, alimentando la speranza del papa in una prossima liberazione, ma gettando Enrico nella paura e nello sgomento. Consapevole di non poter affrontare le truppe normanne l'imperatore, dopo aver tranquillizzato i Romani con bugiarde assicurazioni sul suo ritorno, lasciò Roma indifesa e nel disordine. Il Guiscardo fece scempio di Roma con incendi e massacri di inaudita ferocia. Neppure le invasioni barbariche avevano causato alla città rovine così gravi. Tutto questo in nome del papa e proclamandosi vindice del papa!

Dinanzi allo spettacolo terrificante della città distrutta il cuore di Gregorio ebbe uno schianto e, secondo la tradizione, egli si gettò ai piedi del Guiscardo implorando di desistere dalle distruzioni e proclamando che egli era il papa dell'unificazione e non della rovina, della vita e non della morte.

In una situazione così tragica, la permanenza del papa a Roma apparve subito impossibile. La decisione di lasciare Roma per l'esilio di Salerno gli fu imposta dalle circostanze e dalla volontà del Guiscardo. Il popolo romano, infatti, ridotto in miseria dalle rovine della città e dalle ruberie dell'esercito normanno, manifestava apertamente un odio implacabile contro il papa, ritenuto responsabile di tanta rovina per aver chiamato i Normanni in suo aiuto, e nello stesso tempo apertamente cominciava a parteggiare per l'imperatore.

Gregorio d'altra parte comprendeva che non poteva fidarsi del giuramento di fedeltà al papa imposto con la paura e la violenza dal Guiscardo al popolo romano. Il Guiscardo infine manifestava apertamente la sua insofferenza di fermarsi ancora a lungo a Roma volendo al più presto attuare il suo progetto di invadere 1'Illiria. Dinanzi a queste ragioni e anche per evitare nuove sciagure alla città, il papa, con la morte nel cuore, dovette accettare la via dell'esilio, che egli pensava di breve durata sia perché i Romani si sarebbero convinti della sua innocenza, sia perché Enrico, dopo la lezione avuta, non avrebbe più tentato di invadere Roma.

Il distacco da Roma fu lacerante per il cuore di Gregorio perché gli sembrava di tradire i suoi figli abbandonandoli nell'ora della prova e perché era convinto che, con la fuga, comprometteva la causa della riforma, perdendo la fiducia di tutti coloro che avevano creduto in lui e con lui avevano collaborato. Fiaccato nel corpo e nello spirito e con la convinzione di evitare mali maggiori alla città, egli accettò la via dell'esilio.

Desiderio di Montecassino lo accolse trionfalmente nella prima tappa del suo viaggio verso Salerno per testimoniargli la sua fedeltà e la sua ammirazione e confortarlo nella sua amarezza.

Nello stesso tempo Desiderio voleva esprimere una prudente e calcolata riconoscenza al Guiscardo per la sua opera in difesa del papa e per le ricche elargizioni fatte all'abazia di Montecassino.

Il Guiscardo, uomo astuto ed abile, cercò di trarre il maggior vantaggio politico possibile dall'arrivo del papa a Salerno. Gli fece preparare trionfali accoglienze e invitò tutti i personaggi più in vista, non escluso lo spodestato principe Gisulfo, che egli sapeva amico del papa.

Anche a Salerno si sentì qualche voce di dissenso e di protesta nei riguardi del papa. Voci senza risonanza se si pensa con quanta severità e con quanto rigore il Guiscardo sapeva imporre la forza e il rigore della sua autorità.

Convinto della brevità del suo esilio, Gregorio riprese a Salerno la sua attività coadiuvato dai collaboratori che lo avevano seguito.

Indisse subito un sinodo in cui rinnovò la condanna di Enrico e le sue disposizioni sulla riforma. Scrisse lettere per i vescovi e i principi di varie nazioni europee per spiegare le ragioni della sua decisione e riaffermare i principi della riforma, affidandone la consegna a persone di sicura fedeltà, tra questi il principe Gisulfo.

A far crollare l'illusione del papa sulla brevità del suo esilio fu la decisione del Guiscardo di ripartire per la spedizione contro 1'Illiria non appena Gregorio ebbe consacrata la splendida cattedrale che il Guiscardo aveva fatto costruire in onore di S. Matteo.

Da uomo astuto il Guiscardo si rese conto che la presenza del papa a Salerno costituiva non solo motivo di prestigio per il suo stato, ma era pure garanzia di ordine. Anzi la stessa santità di Gregorio, secondo il suo pensiero, poteva essere segno della protezione di Dio.

A1 sostentamento del papa e del suo seguito a Salerno provvide la generosità dell'abate Desiderio di Montecassino. Non abbiamo, però, né una notizia storica, né una tradizione o una leggenda che dia un'indicazione circa il luogo dove dimorò Gregorio VII durante il periodo della sua permanenza a Salerno. Ci sembra giusto pensare che, considerato il suo rigore morale, il suo spirito di sacrificio e il tenore rigido della sua vita, che egli non abbia accettata l'ospitalità nella reggia del Guiscardo, anche per la condotta non certo esemplare del principe normanno.

Sembra invece più logico pensare che il papa non abbia saputo sottrarsi al fascino del richiamo del vicino monastero di S. Benedetto dal momento che egli viveva profondamente la spiritualità benedettina e anche da papa indossava l'abito monastico.

Forse in questo monastero, ormai distaccato dal mondo e dalle sue vicende, immerso nei pensieri della eternità, egli visse gli ultimi giorni della sua vita.

Nel silenzio del monastero egli scrisse la sua ultima enciclica, piena di appelli accorati e profetici, in cui egli vede la Chiesa « libera, casta e cattolica » da lui sognata e da lui servita con immenso amore e indomito coraggio, ancora scossa e turbata dalle tempeste della storia, ma avviata verso il sicuro trionfo.

L'enciclica scritta a Salerno è come il testamento spirituale del Pontefice. In essa fissa le linee principali del lavoro compiuto ed esorta alla fiducia nella vittoria della causa della riforma e conclude col seguente commovente appello: « Ed ora, fratelli miei carissimi, ascoltate attentamente quanto vi dirò. Tutti coloro che portano il nome di cristiano e conoscono gli obblighi della loro fede, sanno e credono che il beato Pietro, principe degli apostoli, è padre di tutti i cristiani ed il primo pastore dopo Cristo e che la Santa Chiesa Romana è madre e maestra di tutte le chiese. Se così credete e se nessun dubbio vi turba, in nome di Dio onnipotente, io vi chiedo e vi ordino (chiunque sia il vostro maestro,fosse pure un indegno) di aiutare e soccorrere vostro Padre e vostra Madre, affine di ottenere da essi il perdono dei vostri peccati, la benedizione e la grazia in questo secolo e nell'eternità. Dio onnipotente dal quale procedono tutti i beni, illumini il vostro spirito, lo infiammi del suo amore e di quello del prossimo, affinché con i vostri meriti vostro Padre e vostra Madre diventino i vostri propri debitori ed insieme con essi possiate giungere senza vergogna nel loro regno. Amen ».

Morì a Salerno nell'amarezza dell'esilio, ma con la visione della creatura del suo genio avviata, per la forza divina che l'anima, verso un sorprendente e fecondo avvenire.

Enrico IV qualche tempo dopo finì miseramente la sua vita prigioniero di un suo figlio.

La Chiesa nel 1122 firmò il concordato di Worms che consacrava la vittoria della riforma.

Il seme che coraggiosamente Gregorio VII aveva gettato nel solco della storia rese possibile alla Chiesa, nella libertà e nella santità, di far risplendere il volto radioso del Cristo e di mettersi a capo di quel vasto movimento di popoli aspiranti all'unità e alla pace.

Le famose parole, che la tradizione pone sulla bocca di Gregorio morente « ho amato 1a giustizia, ho odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio », forse sono apocrife, ma sintetizzano bene la sua vita vissuta tutta per l'ideale della giustizia e consacrata interamente al servizio della Chiesa.

 

Tratto da: Guerino Grimaldi, FRAMMENTI DI STORIA GREGORIANA, stampato a cura della cooperativa diocesana “Gregorio VII”, nell’anno 1985

Per migliorare i servizi resi, in questo sito vengono utilizzati i cookie. Continuando la navigazione acconsenti al loro uso.